The Formwork
11.

Venezia Minore Contemporanea

 

Research group:

 

Prof. Marko Pogacnik

Dr. Riccardo Segradin

Dr. Aurora Pizziolo

 


 

Project Overview

 

Our research into “Venezia Minore Contemporanea” aims to offer an original approach to the interpretation of the city’s anonymous fabric. Not the Venice of monuments and architectural landmarks, but the one that has evolved over time through micro-transformations, adaptations and silent growth. Minor architecture, by its very nature, does not develop through cracks or breaks in the urban tissue: it operates through continuity, accumulation and intergrowth. It is the result of collective practices, housing needs, building habits and a certain balance between private initiative and public regulation. The starting point for this research is Egle Renata Trincanato’s well-known publication “Venezia Minore”, broadening the analysis – which in the book ends in the 18th century – to contemporary Venice.

 

When the book was published in 1948, historical Venice and physical Venice essentially coincided. This balance was severely tested in the following decades by a sometimes tumultuous pattern of building development that led to profound transformations in many areas of Venice, particularly those on the outer edges.

 

Nevertheless, this kind of modernity had already been establishing itself in Venice since the late nineteenth century, quietly penetrating the city’s historical structure. Not through large-scale projects, although these did happen (i.e. Strada Nova, Rio Novo, Sacca Fisola, ex-Saffa area, Piazzale Roma, Tronchetto island), but above all through a multitude of specific interventions: additions, extensions, the replacement of parts, the conversion of sloping roofs into terraces, enclosed courtyards, vegetable gardens, gardens, spaces along the canals, and gaps left by older buildings. Many craft industries from the nineteenth century experienced a process of expulsion and relocation outside the historical city centre, being replaced by residential or retail facilities that modified or radically transformed the building types. This process accelerated dramatically in the twentieth century, leading to an increase in built volume, which nevertheless dialogues with and/or masks the existing context.

 

New buildings employ a traditional vocabulary – coloured plasters, Istrian stone frames, regular openings, and roof lines framing the facades – yet introduce new elements: the use of reinforced concrete, horizontal openings, the relocation of staircases upon the façade, and flat roofs or internal terraces that allow buildings to rise in height without affecting the appearance of the street. It is a form of modernity that makes itself almost invisible, because it reproduces and replicates the architectural conventions of the historic city.

 

These transformations are not accidental: they result from a system of regulations, administrative procedures and negotiations between small property owners, local businesses and the municipal Technical Office. The Venezia Minore is reshaped through meticulous, case-by-case management that adjusts colours, heights and decorative elements, whilst keeping the overall appearance within the constraints of tradition. These phenomena are complex to identify and describe, as they unfold over a long period of time; fortunately, however, they leave a clear trail in the Municipal Archives’ files, which contain building permission applications documenting exchanges with the relevant offices, design changes made during construction, and the processes by which town planning schemes and building regulations become part of a fruitful negotiation between private individuals and the city council.
For this reason, in past years, a fruitful collaboration has taken place between our Contemporary Architecture History course (Università Iuav) and the Venice Municipal Archives (Celestia), which has pursued a couple of key goals year on year:

 

1. On the one hand, to identify a list of buildings that could serve as a reliable statistical sampling for analysing the most interesting contemporary interventions, primarily in Santa Croce and Dorsoduro neighbourhoods;
2. On the other hand, to give students the opportunity to undertake fieldwork, showing them how to carry out archival research.

 

The aim of the project is to make this “invisible Venice” visible, reconstructing the micro-histories of individual buildings through land registers and building permits, and georeferencing the transformations of the second half of the 20th century. The aim is to understand how the model of micro-intervention has, for decades, ensured a balance between conservation and change, and to explore whether a similar approach – based on targeted and adaptive interventions – could today revitalise urban development that has long been stuck in a tourist monoculture. A city where nothing new is built dies.

Exhibitions archive

Read essay: Appunti per una storia urbana

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Se il Novecento è caratterizzato da fenomeni di trasformazione urbana che investono con caratteristiche molto simili la maggior parte delle grandi città italiane (accentramento di funzioni amministrative e industriali, istituzioni culturali e politiche, nodi per le comunicazioni e il consumo), fin da subito la situazione di Venezia, città d’acqua, si caratterizza come eccezionale. La peculiarità della sua struttura edilizia e delle modalità di accesso imposte dalla sua condizione lagunare determinano fin da subito una sua percezione come anomalia, come unicum difficilmente riconducibile ad una nozione ordinaria di modernità, quando non alimentano addirittura un suo mito come città anti-moderna.

E’ all’inizio del Novecento che vengono poste le basi di quello che è stato il destino di Venezia nel corso del secolo. La costruzione del polo industriale di Marghera, la localizzazione del nuovo porto a S. Marta, lo spostamento di tutte le attività produttive in terraferma, la creazione del Lido come polo del turismo e la specializzazione di Venezia nella sua vocazione di città dedicata alla cultura; questi gli elementi che hanno dato forma ad un progetto che nel corso del Novecento non si è più tentato di riformare, almeno in quelle parti che si sono dimostrate perniciose per lo sviluppo stesso di Venezia. La questione dell’abitare assume un ruolo centrale, una cartina al tornasole per verificare la validità delle diverse strategie urbane perseguite in questo arco di tempo.

Nell’ultimo secolo Venezia ha conosciuto almeno cinque fasi nel corso del suo sviluppo storico:

1. la prima caratterizzata dalla stesura del primo piano regolatore nel 1891, quando la città viene interessata da politiche di puntuali ‘improvements’, interventi chirurgici più o meno invasivi con l’obiettivo di migliorare le comunicazioni via acqua (scavo dei rii) o pedonali (allargamento degli assi principali di comunicazione), dotare la città di acquedotto e rete fognaria, come di risolvere il problema della salubrità di alloggi molti dei quali in condizioni edilizie molto degradate. Pur essendovi chiara consapevolezza del grave problema abitativo, l’amministrazione comunale è priva dei necessari strumenti urbanistici e legislativi. Viene inventata una modalità di finanziamento pubblico per sostenere l’iniziativa privata con il sistema delle “case premio”.

2. A questa prima serie di politiche caratterizzate da interventi quasi prevalentemente in aree centrali densamente edificate, si passa negli anni tra le due guerre ad una intensa attività edificatoria con la costruzione di nuovi quartieri residenziali grazie alla costituzione dell’Istituto Autonomo di Case Popolari. Grazie alla legge Luzzati del 1903, grandi complessi ad alta densità vengono realizzati nella corona periferica della città (S. Marta, Madonna dell’Orto, Castello) andando a edificare aree fino ad allora usate per orti oppure per attività produttive che vengono delocalizzate.

3. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Venezia è investita da una intensa attività edilizia che è caratterizzata da un aumento della densità del tessuto edilizio, in parte con la sostituzione di edilizia storica, molto spesso con la trasformazione di capannoni o magazzini, la realizzazione di superfetazioni, oppure l’edificazione delle aree interne dei grandi lotti ancora usati come orti o giardini. Associazioni come Italia Nostra iniziano a intervenire sistematicamente su ogni progetto che modifica l’immagine consolidata della città. Nell’urgenza del sovraffollamento abitativo dovuto agli anni della guerra – Venezia aveva raggiunto i 184.000 abitanti –, il Comune predispone la costruzione di un nuovo quartiere, Sacca Fisola, alla cui progettazione collabora nelle fasi iniziali anche l’arch. Samonà, coinvolto contemporaneamente – assieme a Luigi Piccinato – nella realizzazione in terraferma del Quartiere INA-Casa di San Giuliano (1951-62).

Nella costruzione del quartiere di Sacca Fisola era stata scelta una modalità mista di intervento con soggetti privati, cooperative e mano pubblica (UNRRA Casas e IACP). Da un punto di vista formale l’architettura del quartiere si distingue dai complessi d’epoca fascista sia nella disposizione planimetrica degli edifici (disposizione aperta con grandi superfici destinate a verde), come anche nel linguaggio (cemento armato a vista, ampio uso di balconi, varietà nel formato delle finestrature, sporti di gronda in aggetto contro le cornici in pietra tradizionali). Una commissione incaricata del piano di risanamento per Venezia elabora alcune raccomandazioni che non poterono essere recepite nella costruzione di Sacca Fisola – nonostante la sua costruzione inizi molto tardi, nel 1957. Ci riferiamo, in particolare all’invito rivolto da Egle Trincanato secondo la quale, nella costruzione di nuovi quartieri, “non si sarebbe dovuto sfuggire a determinate caratteristiche di struttura urbana, presenti e vive in un tessuto, quando questo si propaghi nelle immediate adiacenze, e crei col primo una continuità inscindibile, che non ammette interruzioni discriminanti.” [1] Un ammonimento a sviluppare un approccio sensibile ai valori architettonici e spaziali del tessuto edilizio veneziano che però non venne seguito nemmeno nella costruzione del Villaggio S. Marco.

Nel 1963 viene approvato il PRG di Venezia e la Legge 167 del 1962 mette a disposizione dei Comuni nuovi strumenti per intervenire in maniera efficace nella costruzione di alloggi economici. L’Acqua Granda del 1966 e la Legge Speciale del 173 rappresentano una frattura che modificherà in maniera profonda lo sviluppo della città.

4. Sarà solo alla fine degli anni Settanta che a Venezia si inizia a concepire l’unico organico programma di case economiche del Novecento, organico nel senso di essere stato espressione di una volontà di coniugare ricerca architettonica (nuovi tipi edilizi) e qualità formale con innovazione edilizia (nuove tecniche costruttive). Ne sono testimonianza il quartiere ex-Saffa (centrale per la sua vicinanza alla stazione ferroviaria), cui si aggiunsero i quartieri Trevisan e Fregnan nell’area insulare, il quartiere a Mazzorbo di De Carlo e diversi quartieri in terraferma (Chirignago, Pertini, Zelarino). Anche in questo caso si tratta di un programma che trova in una legge nazionale – la n. 865 del 1971, la legge per la casa pubblica – i presupposti per la propria azione.

I quartieri che vengono costruiti a partire dagli anni Ottanta si caratterizzano proprio per una elevata attenzione per le forme di costruzione della città. Il lavoro di Cappai/Mainardis e Pastor parte da una attenta lettura della grande casa d’affitto seicentesca caratterizzata da forature legate tra loro da fasce in pietra d’Istria, una modalità compositiva che viene poi interpretata in maniera originale attraverso le tecniche della moderna prefabbricazione. L’edificio a corte realizzato a Sacca Fisola si dispone lungo il canale e – fatto rilevante – si solleva sull’acqua in modo da creare delle cavane per l’ormeggio delle imbarcazioni private. L’architettura di Vittorio Gregotti nel quartiere ex-Saffa ricorre a modalità mimetiche rivestendo gli edifici con intonaci dai tipici colori veneziani coronati da una linea di gronda in pietra artificiale con modiglioni che ricordano le cornici storiche in pietra d’Istria. Sofisticato l’intervento di Gino Valle che utilizza programmaticamente il mattone a vista in una città devotamente dedita all’intonaco; il denso tappeto edificato del quartiere della Giudecca riprende il sistema urbano veneziano fondato sull’alternanza tra strette calli e campi aperti che portano luce e aria agli alloggi. Anche l’uso di una tipologia veneziana a blocchetto su più livelli e porta sola riprende modi edificatori in continuità con la tradizione costruttiva veneziana ampiamente documentata dalla Venezia Minore di Egle Trincanato. Nel quartiere IACP di Mazzorbo (1979-95, arch. De Carlo con collaboratori Cecchetto, Occhialini, Pini) troviamo la stessa attenzione per quelli che sono i valori morfologici di un tessuto edilizio locale che viene ripreso nella varietà dei colori degli intonaci e nella disposizione dei volumi.

Fino alla metà degli anni Novanta, quando inizia una sempre più spinta deregulation, la bontà degli strumenti urbanistici (PRG, piani particolareggiati, PEEP) e la competenza di assessori come Wladimiro Dorigo, Gianni Pellicani, Edoardo Salzano sono supportati da un continuo monitoraggio e una attenta analisi delle condizioni abitative e del mercato compiuti da istituti come il CRESME. Il volume pubblicato nel 1980[2] si fondava su alcuni assunti che si riveleranno però illusoriamente ottimistici: la convinzione che il massiccio esodo dei decenni precedenti si fosse concluso, l’idea che ormai una parte consistente della popolazione fosse capace di interventi di rinnovo autofinanziati, il convincimento che l’esodo non avesse portato ad un invecchiamento della popolazione ma ad una nuova struttura sociale. La percezione dei fenomeni urbani che derivava da tale impostazione portava Edoardo Salzano –autore dell’introduzione – ad affermare che “l’esodo sarebbe stato fondamentalmente provocato da una tendenza al raggiungimento di un rapporto più equilibrato, più adeguato a moderni standards di abitabilità, tra dimensione demografica e potenzialità del parco alloggi”. Nel 1980 la popolazione del centro storico contava 95.000 abitanti e tale livello venne ritenuto ottimale rispetto agli standard dell’epoca, tanto da valutare la decrescita della popolazione come un fenomeno positivo regolato da leggi di equilibro del mercato di tipo meccanico: “l’esodo, mentre si è venuto a configurare più come un processo di ricambio fisiologico della popolazione che come una sua secca e patologica espulsione, si viene oggi via via spegnendo a mano a mano che ci si avvicina al punto d’equilibrio tra popolazione e capacità residenziale della città”.

Gli anni Ottanta ci mostrano, quindi, uno scenario fatto di luci e ombre. Da un lato, una amministrazione comunale che incrementa il patrimonio pubblico di alloggi con interventi di elevata qualità e, dall’altra, una sorprendente incapacità nel valutare fenomeni come quello della decrescita della popolazione, che negli anni successivi avrebbero portato il centro storico a dimezzare il numero dei propri residenti.

5. E dopo questo passaggio siamo nel presente quando la giusta preoccupazione per il devastante consumo del suolo compiuto negli ultimi 50 anni viene agitata per suggerire agli enti territoriali preposti il definitivo disimpegno da ogni progettualità legata alla produzione di nuove case. Gli stessi enti che vengono privati contemporaneamente di ogni risorsa per compiere anche la minima attività di manutenzione del patrimonio pubblico di alloggi. Il segmento pubblico dello stock abitativo risulta governato da una legislazione rigida e opaca che ha portato a fenomeni di privatizzazione e depauperamento del proprio patrimonio.

Una città che non costruisce è una città destinata alla progressiva musealizzazione, ma gli strumenti e le soluzioni che abbiamo visto usati nel corso del Novecento sembrano assolutamente inefficaci per rompere la spirale negativa prodotta dal concorso attuale di due fenomeni concomitanti: la bolla dell’overtourism e il crollo demografico. Dopo decenni in cui si è perso tempo nel tentativo di contrastare questo sviluppo negativo con logiche di tipo immobiliaristico, appare evidente che solo un nuovo intervento dell’amministrazione pubblica e solo riportando al centro della discussione il problema della residenza si può sperare di avviare una inversione di tendenza. In tale situazione è necessario ritornare ad una visione d’insieme dei fenomeni urbani e trovare quegli strumenti legislativi e urbanistici che permettano di intervenire attraverso un vero e proprio bricolage urbano costituito da micro-interventi e sperimentazioni con l’obiettivo doppio: di recuperare quote importanti del patrimonio pubblico oggi abbandonato e di riattivare quel patrimonio privato oggi distratto dalla pura rendita turistica che sta creando grave pregiudizio a tutti i settori vitali della città: residenza, commercio, attività produttive.

 

Marko Pogacnik

 

[1] E. R. Trincanato, Il piano di risanamento di Venezia, in Aa. Vv., Bilancio dell’urbanistica comunale nel quadro della pianificazione comunale e paesistica, Istituto Nazionale di Urbanistica, Roma 1959.

[2] Leonardo Ciacci e Giovanni Ferracuti (a cura di), Abitare a Venezia negli anni ’80, introduz di Edoardo Salzano, Milano, Giuffrè editore, 1980.

The study areas: Dorsoduro, Santa Croce

Analysed buildings

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Students:

Santa Croce 729 / Santa Croce 739 – Giorgio Maria Bernardo Razza, Marwa Khazraj
Dorsoduro 1741 – Matteo Marcon, Marco Trivellato
Dorsoduro 2408 – Mattia Bordin, Germana Anna Ferraris, Anna Permunian, Urbanetto Vittoria
Dorsoduro 2751 – Michele Ladogana, Christian Romani
Dorsoduro 2269/2271 – Evan Masselli, Ellada Zardaniya
Dorsoduro 2218 – Giada Rizzo